La meraviglia come fondamento educativo

Uno sguardo radicato nella natura - Liberi pensieri di Laura Salzani

Ci sono parole che, più di altre, mi scelgono. Si insinuano nel mio quotidiano silenziosamente, poi
si rivelano, diventano guida, postura, visione.

Per me, quella parola è meraviglia. Per me è un
principio pedagogico, concreto e radicale, che ha preso forma quando ho scelto di diventare
educatrice, e che oggi rappresenta la colonna portante del mio agire educativo.

La meraviglia è ciò che accade quando lo sguardo resta aperto, quando ci si dispone ad accogliere
l’imprevisto, l’inatteso, l’insolito, senza cercare subito spiegazioni. È il terreno fertile su cui
possono nascere la curiosità, il desiderio di conoscere, il rispetto per ciò che ci circonda.

Chi lavora con i bambini ha il privilegio di incontrare questa meraviglia ogni giorno. Basta fermarsi
un attimo e osservare il volto di un bambino quando fa una scoperta: i suoi occhi che si spalancano,
il corpo che si protende verso ciò che ha appena compreso, la bocca che si apre per condividere
l’entusiasmo.

È un’espressione per me unica, che spesso dimentichiamo nell’età adulta, inghiottiti
dalla fretta, dall’efficienza, dalle certezze e invece quella meraviglia è così naturale, costante,
quotidiana.

Il rischio, nella crescita, è che questo stupore venga lentamente offuscato. Non tanto perché si
smette di imparare, ma perché si smette di guardare. Si smette di stupirsi.

Una volta una grande
donna mi ha detto:” attenzione perché la vista è il senso più esigente, si abitua facilmente alla
bellezza e o ne vuole di più oppure si spegne non vedendo più nulla come meraviglioso”. Per
questo, nella mia vita professionale e familiare, ho scelto di custodire la meraviglia come un bene
prezioso, da proteggere e da nutrire.
Il mio lavoro si svolge prevalentemente all’interno di contesti educativi immersi nella natura, come
il Bosco Magico, un asilo nel bosco del Wwf di Vanzago che cambia volto ad ogni stagione.

Ogni giorno, quel grande prato, i suoi alberi, il suo mutare silenzioso, mi ricordano che la meraviglia è
sempre lì, disponibile, se siamo capaci di fermarci a guardare.

Un episodio di questa estate mi è rimasto impresso: una sera, con i miei figli, abbiamo visto un
insetto illuminarsi nel buio. Non era una lucciola, e non sapevamo cosa fosse. Mia figlia, con
naturalezza, ha detto: “Mangerà le lumache.” Nessuno di noi ha riso, nessuno ha corretto. Abbiamo
accolto quella frase come un’intuizione esperta, nata da uno sguardo abituato alla curiosità…

È in questi momenti che riconosco quanto il vivere a contatto con la natura e con adulti presenti, non
direttivi ma curiosi, possa generare sguardi aperti e immaginazione viva.

Non è solo una questione di educazione in natura, ma di postura educativa. La meraviglia non si
insegna, si abita. Si alimenta con il tempo lento, con l’osservazione, con la disponibilità a non
sapere tutto. È quella che guida anche le nostre tradizioni familiari: come le passeggiate di
novembre alla ricerca dei palchi dei caprioli.

Un’attività fatta di silenzio, attesa, ascolto. Non è mai
solo un camminare nel bosco: è un esercizio di attenzione e rispetto e conoscenza. È imparare a
leggere i segni della presenza animale, senza pretendere di vederla. È rendere sacra la ricerca, anche
quando non c’è “risultato”.

Oggi, i miei figli ricordano ancora l’alba che hanno visto a quattro e sei anni. Ricordano il cielo che
cambiava colore, il freddo dell’aria sul viso, il conto alla rovescia per il tramonto. Non erano viaggi
spettacolari, non c’erano parchi a tema o animazioni: c’eravamo noi, la natura, e un tempo
condiviso fatto di osservazione e stupore.

In quei momenti, credo si annidi la vera esperienza
educativa.
La meraviglia, per me, è dunque un orientamento pedagogico. È la capacità di vedere l’ordinario
come straordinario. È la base su cui si fondano l’attenzione, l’ascolto, la relazione. Non è
intrattenimento, non è spettacolo, ma un approccio che restituisce profondità all’esperienza
quotidiana.

Coltivarla non è un atto ingenuo, ma una scelta professionale e politica: significa
resistere alla velocità, alle risposte pronte, alla standardizzazione.
Ecco perché la meraviglia è una parola centrale nel mio modo di essere educatrice e madre.

Non perché sia sempre facile o garantita, ma perché mi ricorda ogni giorno che educare è soprattutto
guardare insieme ciò che cambia, ciò che ci sorprende, ciò che ancora non comprendiamo.